21 maggio 2020

"Per una lira -1890 l'eccidio delle mondine a Conselice"


"Il 21 maggio 1890 qualcuno a Conselice non avrebbe dovuto morire, ma morì d’un tratto, e non per caso: si fronteggiarono l’abuso di potere e il coraggio, e il primo ebbe la meglio, perché era armato. Oltre ai 3 morti si contarono più di 30 feriti."

Il 20 e 21 maggio 1890 si radunano sulla piazza di Conselice alcune centinaia di lavoratori agricoli avventizi. Tra questi, squadre di braccianti che chiedono l’avvio di nuovi lavori pubblici di bonifica e, soprattutto, una moltitudine di mondine. Il giorno 20, oltre 600 risaiole, 450 lavoranti nelle proprietà Massari e le altre nella proprietà Garbesi, si presentarono nelle risaie. Le trattative fra le mondine e gli ‘agenti’ del generale Massari andarono avanti in un esasperante tira e molla per due intere giornate. Il giorno 21 le risaiole pensavano che avrebbero guadagnato una lira, ma saputo che gli agenti del Massari offrivano solamente 80 centesimi, si concentrarono in piazza a Conselice verso le sette. Un folto gruppo di donne fu guidato in piazza dalle risaie da Clementa Marri in Landi detta Baitona di Lavezzola. Una delegazione di donne si presentò al commissario che si interessò sentitamente delle condizioni delle roncatrici e «le pacificò con la sicura promessa di aumento fino ad una lira del loro salario». Le altre donne avevano preso posto sotto i portici del palazzo comunale e nella piazza. Molte nell’attesa lavoravano di calzetta e di rammendo. Intanto era salita dal commissario una commissione di operai disoccupati di Conselice e Lavezzola. Il Palazzo Comunale era militarmente occupato da 28 carabinieri e la piazza dalla 9ª Compagnia del 10° Fanteria. Sopraggiunse una commissione di operai disoccupati di San Patrizio che voleva raggiungere in municipio gli operai di Conselice e Lavezzola. Il capo commissione si presentò «rispettosamente, col cappello in mano, al comandante dei carabinieri, signor tenente Di Mauro, ma questi brutalmente li accolse e minacciò di farli tagliare a pezzi». Dalla piazza si sollevò un gran vociare di biasimo. «Di Mauro con sette o otto carabinieri si scagliò per ben due volte sulla folla per arrestare all’impazzata. Nacque colluttazione». La truppa, che si trovava in fondo alla piazza divisa in tre plotoni, si spostò sotto il municipio. Il tenente Di Mauro aveva la sciabola sguainata e cominciò a dar giù botte a dritta e a mancina. Un carabiniere col ginocchio puntato e il braccio teso, sparava colpi. Un brigadiere gridava in mezzo alla folla che voleva l’Albina Belletti, viva o morta. E l’ebbe. I soldati innestarono le baionette. La folla, formata per otto decimi da donne e per il resto eran uomini, ma soprattutto bambini, gridò: «Siam vostri fratelli, non ci ammazzate!». S’udì il clack degli otturatori. Volarono addosso ai militari ciabatte, zoccoli, scarpe, sassi. La Gigia e sua madre si scoprirono il petto e gridarono ai carabinieri: «Colpite, vigliacchi!» Due carabinieri s’eran messi sotto le ginocchia un giovane e lo tempestavano. Le donne lo liberarono. I carabinieri sferravano pugni al ventre e botte in testa con le pistole. Albina graffiava e si difendeva con le ciabatte. Un carabiniere s’avventò su di lei, col braccio teso, come una furia. «Albina scappa» gridarono le compagne «t’ammazza!» Albina fuggì, corse, inciampò, fu raggiunta vicino a un ragazzo di sedici anni. Il carabiniere le appoggiò la pistola alla nuca, sparò due colpi. I biondi capelli di Albina volarono in piazza. Poco distante c’era Silvio Felicetti, volevano infilzarlo con una sciabola. La madre, Bolognesi Annunciata, s’avvinghiò al collo del figlio per proteggerlo. Le piantarono nella schiena una sciabola e due pallottole. Tabanelli Francesco attingeva acqua dalla fontana in piazza. Fu ammazzato. Gli scaricarono addosso due pallottole. Il tenente Di Mauro fu atterrato dalla folla, con un sasso in fronte e delle donne se lo volevano portar via. Quel giorno, tutte le operaie di Giovecca, coi loro figlioletti, si trovavano sulla piazza di Conselice. Le donne mostravano i loro bimbi alla truppa. In tutta la zona vi era la fame, mancava la polenta, ma l’arcimilionario generale si rifiutava di dare la paga che davano nelle risaie vicine: una lira.

Al processo che ne seguì nessuno dei militari fu condannato perché nessuno di essi fece il nome di chi aveva ordinato di aprire il fuoco. Furono invece condannati 8 braccianti a 10 mesi di reclusione, essendo stati ritenuti colpevoli di resistenza alla forza pubblica. IL Generale Galeazzo Massari, Duca di Fabriago, proprietario di ricchezze sterminate, che per aver negato alle mondine un aumento di 20 centesimi al giorno era il responsabile morale dell’eccidio, fu nominato ‘per i suoi meriti’ Senatore del Regno; morì nel 1902 fra gli agi nella sua lussuosa dimora di Voghera.
Disse e scrisse Anselmo Marabini: “Conselice segna il punto di partenza della ininterrotta serie di eccidi che bagnarono di sangue proletario le zolle di quasi tutte le regioni d’Italia.”

Estratto dal testo di: Per una lira 1890 l'eccidio delle mondine a Conselice” Rappresentazione inedita con letture di Marina Mazzolani tratte dalle scritture dell'epoca e i canti del Coro delle Mondine di Bentivoglio.
Angelo Gentilini